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Abbiamo bisogno di un governo mondiale dell’economia e della finanza?

Damien_TheillierDamien Theillier, professore di filosofia, ha scritto un articolo su un argomento scottante: il rapporto delle forme di controllo dell’economia e la finanza nel quadro della mondializzazione. Il prof. Theillier appartiene alla scuola liberale francese, aggiornata al punto di vista “austriaco”. 

Damien Theillier*, Novembre 2011 (archives)

Il Consiglio Pontificio Giustizia e Pace ha pubblicato lunedi 24 Ottobre un documento in forma di manifesto per gli indignati dal titolo “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di una autorità pubblica a competenza universale“. Sottolineiamo che questo testo non è un documento ufficiale del Magistero. Proviene da un semplice Consiglio, senza una autorità dottrinale particolare. In vista della riunione del G20 a Parigi, ha fatto appello all’istituzione di un governo mondiale, ad una “autorità sovranazionale”, chiamata anche “autorità politica mondiale”.

In questo testo, si legge dichiarazione seguente: “In materia economica e finanziaria, le maggiori sfide provengono dalla mancanza di un efficace insieme di strutture in grado di garantire, oltre ad un sistema di governance, un sistema di governo dell’economia e della finanza internazionale. ”

Nulla si dice del debito crescente e degli sprechi dei governi occidentali. Invece, la nota suggerisce “misure fiscali sulle transazioni finanziarie” e “forme di ricapitalizzazione delle banche con fondi pubblici” (un eufemismo per salvataggi bancari). In altre parole, più tasse e più spesa.

Infine, il testo denuncia, riecheggiando il libro di Joseph Stiglitz (Il trionfo della cupidigia), ciò che risulta essere una delle cause della crisi: l’avidità degli uomini e l’idolatria del mercato.

L’idolatria del mercato?

Il problema dei cattolici, è la loro ignoranza dei meccanismi di mercato. Daniel Villey ha ha scritto un articolo appassionante sul tema nel 1954.  L’articolo non è affatto invecchiato ed è di una sorprendente attualità. Villey prende l’esempio di una lettera pastorale scritta dal cardinale Saliège, arcivescovo di Tolosa. Saliège scrive: “Io supplico i capi delle aziende di non aumentare il numero dei disoccupati. Non è necessario che un’impresa produca profitto. È necessario che faccia vivere e dia sostentamento agli uomini”. Naturalmente, commenta Villey, il cardinale non si domanda mai quali sarebbero le conseguenze economiche dei suoi consigli. Non riducendo il loro personale, le aziende  non vanno a compromettere la loro propria esistenza e provocare così un’estensione più grave della disoccupazione? E non è, giustamente, l’essenza stessa del lavoro di un imprenditore il fare profitti?

Il proposito del cardinale è pressappoco tanto sensato quanto quello che consisterebbe nel dire: “non è necessario che un professore faccia dei corsi; è sufficiente acquistare dei libri”; o ancora: “non è necessario che il medico curi i malati; è sufficiente che si occupi di sua moglie”. E Villey ha aggiunto: “Nella ricerca del profitto, vediamo solo l’attrazione (colpevole) del guadagno. Non si vede nel profitto il barometro del servizio, come è in una economia di mercato. ”

Frédéric Bastiat aveva già spiegato il problema in modo molto chiaro: “Tra un cattivo e un buon Economista, ecco la differenza: uno si attiene all’effetto visibile; l’altro tiene in considerazione sia l’effetto che  si vede sia di quelli che bisogna prevedere. Ma questa differenza è enorme, perché quasi sempre accade che quando la conseguenza immediata è favorevole, le conseguenze successive sono disastrose, e viceversa.”
Purtroppo, i mezzi di comunicazione, gli uomini politici e gli uomini di Chiesa a loro volta, valorizzano sempre vantaggi temporanei di un progetto, senza mai parlare del suo costo economico ed umano a lungo termine: spese supplementari, generate indirettamente dalla rallentamento degli scambi economici o direttamente per l’aumento dell’inflazione e delle tasse, pastoie alla libertà e al diritto di proprietà.

Alla base del liberalismo economico, spiega Daniel Villey , c’è questa idea, in gran parte ignorata, che i fenomeni economici si generano gli uni dagli altri; che essi sono collegati gli uni agli altri attraverso delle leggi; che molte decisioni in apparenza incoerenti sono in realtà coordinate da dei meccanismi rigorosi e nascosti, in modo che ci sia un ordine determinato dei fenomeni economici. È l’idea che al di là del piano delle intenzioni c’è quello delle conseguenze, e che il secondo è largamente autonomo in rapporto al primo punto e nell’opposizione degli interessi, che si vedono, c’è una armonia che non si vede, ma che la scienza può scoprire.

Daniel Villey cita un altro esempio di lettera pastorale, quella dell’arcivescovo di Rouen che ha dichiarato: “i salariati che accettano di fare delle ore di straordinario devono domandarsi se essi non recano danno ai loro colleghi di lavoro. (…) Alcuni pensionati che aggiungono un salario normale a una pensione decente devono domandarsi se essi non prendono indebitamente il posto di qualcuno i cui bisogni sono maggiori di loro.” In termini di “ciò che si vede”, la raccomandazione potrebbe sembrare indiscutibile. È d’altronde con un argomento del genere che è stato adottato in Francia il provvedimento delle 35 ore. Risponde  Daniel Villey a questo sofisma: “Se vogliamo allargare l’orizzonte e il periodo del ragionamento, vediamo che vi è di solito un’illusione ottica, e che fare lo straordinario costituisce frequentemente, in definitiva, il modo più efficace per ciascuno di noi di contribuire al calo della disoccupazione degli altri “.

L’avidità degli uomini?

L’avidità è sempre esistita, in ogni società ed in ogni epoca della storia. Secondo Thomas Woods , un ricercatore associato al Mises Institute e cattolico, “il problema non è che gli uomini sono avidi. Il problema è il sistema stesso. Abbiamo bisogno di un’economia veramente libera, che non sia corrotta dal clientelismo o manipolata da interventi arbitrari da parte delle banche centrali”. E aggiunge: “Se fossimo stati davvero i promotori dell’ “idolatria del mercato”, avremmo ascoltato il mercato. Invece, le autorità centrali hanno mascherato ciò che il mercato provava a dirci. L’idolatria non proviene dal mercato, ma dalle banche centrali, le fonti istituzionalizzate di moral hazard e dell’instabilità finanziaria in tutto il mondo. (L’aura di infallibilità e il culto della personalità che circonda i presidenti della Fed fanno del linguaggio dell’idolatria pura e semplice poesia).”

Gli autori del testo “Per una riforma del sistema finanziario internazionale”, sottolineano la necessità di “superare le ideologie” per “subordinare l’economia e la finanza alla politica, responsabile del bene comune”. Ma siamo sicuri che i politici siano i garanti del bene comune e non degli uomini avidi come gli altri? L’esperienza non ha dimostrato al contrario che  i politici erano uomini come gli altri, avidi e mossi da interessi personali?

Molto prima che gli economisti della scuola della Public Choice nel ventesimo secolo, Bastiat aveva demistificato lo Stato e aveva dimostrato che quando un governo oltrepassa la sua missione di difesa della vita e della proprietà, incoraggia i gruppi di interesse a cercare dei privilegi e ad influenzare il potere per ottenere benefici a scapito dei contribuenti e dei consumatori.  ”Lo Stato è la grande finzione attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri”, ha scritto Frédéric Bastiat nel suo opuscolo intitolato  Lo Stato.

Supponiamo per un istante che dei politici onesti siano in grado di resistere alla corruzione del potere. Secondo Ludwig von Mises, essi non sarebbero in grado di fare ciò che ci si aspetta da loro in questa posizione: la pianificazione centrale non funziona. Il sistema dei prezzi emerge dal processo di mercato. Senza un libero mercato, non ci può essere nessun calcolo da parte degli investitori e degli imprenditori. In materia monetaria, èla stessa cosa. Hayek ha spiegato, dopo Mises, come i tassi di interesse dovrebbero essere in grado di fluttuare liberamente al fine di adempiere alla loro funzione fondamentale di coordinamento. Qualsiasi manipolazione dei prezzi o dei tassi di interesse da parte di una banca centrale, porta a falsare l’offerta di credito e le possibilità di investimento per gli imprenditori, con il risultato di generare una cattiva allocazione delle risorse.

Abbiamo bisogno di una banca centrale globale?

La scuola austriaca di economia è una delle poche scuole di pensiero che si sono concentrate sul ruolo perturbatore delle banche centrali. Esse sono istituzioni monopolistiche, create per pianificare il sistema monetario. Secondo Mises e Hayek, le banche centrali sono responsabili del ciclo espansione-recessione con l’inflazione dell’offerta di moneta. Fornendo credito facile, a tassi artificialmente bassi, le banche centrali promuovere bolle speculative e investimenti sbagliati. Durante la recessione, le aziende che avevano fatto cattivi investimenti, a condizione che esse siano abbastanza potenti, chiedono al governo di utilizzare il proprio monopolio sulla valuta per venire in loro aiuto. Questo è particolarmente vero per le banche.

In questa prospettiva, non è la deregolamentazione, ma la regolamentazione finanziaria e la manipolazione della massa monetaria da parte della Fed che è all’origine del crash del 2008. Nel corso dell’ultimo decennio, la Fed ha moltiplicato i ribassi dei tassi di interesse per scongiurare il rallentamento del 2000-2002, dopo lo scoppio della bolla tecnologica e gli attentati dell’11 settembre.

Thomas Woods deplora: “ci è stato assicurato che gli economisti migliori e più brillanti dirigevano la FED. Queste sono persone che ci hanno detto che l’aumento dei prezzi delle abitazioni era sostenuta da solidi fondamentali. Alan Greenspan ha detto alla gente di acquistare a tasso variabile. Ben Bernanke ha detto nel 2006 che Le norme in materia di prestito erano sane. E così via … Ogni volta che il rialzo dei tassi poteva scoraggiare selvaggia speculazione immobiliare, la Fed ha mantenuto i tassi bassi. In altre parole, quando il mercato stava cercando di spegnere le luci rosse, la Fed ha messo tutti in verde “.

Quindi, voler creare una banca centrale mondiale è pressappoco tanto ingenuo quanto gli obiettivi di coloro che hanno favorito la creazione della Fed perché pensavano di poter controllare l’espansione del credito nel sistema bancario”. In realtà, è peggio di ciò, secondo Jeffrey Tucker del Mises Institute, perché abbiamo un secolo di esperienza per sapere che la banca centrale non conduce alla responsabilità, al flusso di credito  regolamentato e a una moneta sana, ma precisamente al contrario. E ‘come un medico che consigliasse un veleno per curare il veleno, che somministrasse dell’eroina per fermare una dipendenza da cocaina”.

Se la centralizzazione del danaro, del credito e dell’autorità politica è la causa di questo problema, come può una maggiore centralizzazione risolverlo? Non è piuttosto di sussidiarietà di cui noi avremmo bisogno? Invece di dare sempre più potere a nuove élites mondializzate, non dovremmo restituire questo potere alla società, a livello locale?

Quale alternativa?

Se l’attuale sistema bancario e monetario produce incentivi sbagliati, se incoraggia artificialmente l’indebitamento e una gestione imprudente del danaro, bisogna cambiarlo. Se le banche centrali sono creature del governo, non del libero mercato, se innescano dei cicli di espansione-recessione, bisogna eliminarle. Il libero mercato non ha nulla a che fare con questo fallimento. L’unico modo per tornare alla prosperità è quello di lasciare che il mercato coordini la produzione e il consumo.

Concretamente, una moneta sana deve essere ripristinata. Le banche devono essere sottomesse alla legge delle perdite e del profitto. Il salvataggio deve finire. Le liquidazioni devono essere permesse. E soprattutto, i governi devono essere disciplinati e controllati. In altre parole, abbiamo bisogno di un vero libero mercato e della sussidiarietà. Questa è l’unica via verso un mondo responsabile e regolamentato. Altrimenti, creeremo problemi ancora maggiori di quelli che conosciamo già.

Infine, il Vaticano potrebbe trarre alcune lezioni da analisi economica.

Per esempio:

1° che gli Stati non creano nulla e non hanno i fondi, tranne quelli provenienti dalla gente comune: i contribuenti;

2° che il sistema finanziario globale è ora in pericolo a causa della impennata del debito pubblico;

3° che gli organismi di regolamentazione non sono mai stati in grado di proteggere il pubblico contro le fluttuazioni del mercato, le bolle speculative e anche contro le frodi, e che è ragionevole aspettarsi che una autorità mondiale riproduca questi fallimenti a livello mondiale;

4° che gli interventi pubblici sui mercati producono invariabilmente conseguenze indesiderate, La più parte deleterie;

5° che la regolamentazione statale (o sovranazionale) fornisce invariabilmente delle opportunità per le multinazionali di manipolare il mercato per i propri scopi, a scapito dell’interesse generale

Damien Theillier *

Damien Theillier è professore di filosofia, laureato all’ Università Parigi IV- La Sorbonne

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